sabato 14 marzo 2015

L'INIZIO DEL COLONIALISMO ITALIANO IN A.O. E LA PRIMA GUERRA ITALO-ABISSINA



di Antonio Valerio Fontana
I primi rapporti tra l’Etiopia e l' Italia furono messi in atto per via della fede. Infatti, dal XIII al XVII secolo, coraggiosi francescani fecero del Corno d'Africa una meta interessante al fine di portarvi la fede cattolica. A lungo missionari italiani percorsero quelle regioni, istituendovi un continuo contatto, tracciando itinerari, annotando una miriade di dati e ottenendo perfino la partecipazione di delegati abissini al Concilio di Firenze. Fu proprio grazie ad un missionario, il savonese Giuseppe Sapeto, già famoso in Patria per le sue eccezionali doti d’esploratore, che l’Italia ( gli italiani l’avevano fatto molto prima ) mise piede in terra d’Africa. Era il 1869 quando il missionario di Savona sbarcò ad Aden per acquistare, per conto della compagnia di navigazione Raffaele Rubattino, una striscia di territorio. Purtroppo inglesi e francesi vi si erano già insediati. Non dandosi per vinto, il coraggioso esploratore navigò in lungo e in largo per giorni, finché attraccò nella baia di Assab, in Dancalia, comprando questo piccolo villaggio di pescatori dai capi locali. Assab verrà ricomprata anni dopo dal governo italiano che fino ad allora sembrava disinteressato a quella stazione marittima, ma tempo dopo, con l’invasione inglese e francese negli ambiti territori dell’Africa mediterranea, lo Stato prese in seria considerazione il territorio acquistato da Sapeto per trovare quello “spazio vitale” già trovato dalle altre potenze europee. “I missionari e gli esploratori consapevoli o no, fecero infatti da battistrada al colonialismo ottocentesco e la società gliene rese grande merito. Anche le truppe d’occupazione quando partivano per le imprese d’oltremare venivano osannate dalle folle, cantate dai poeti e benedette dai vescovi.” (Arrigo Petacco) L’Italia entrava così nella corsa alle colonie. Per la prima volta si cominciò a parlare della “missione di Roma” di civilizzazione della barbara Africa. Senza volerlo fu un altro esploratore a procurare al governo di Roma l’occasione per allargare i confini africani senza sganciare altri soldi: Gustavo Bianchi, così si chiamava, spintosi nelle sue ricerche nella vasta regione del Tigrè, nello sconosciuto Impero d’Abissinia, fu assalito da predoni dancali che trucidarono i suoi accompagnatori. Bianchi si salvò per miracolo.La notizia dell’assalto addolorò l’Italia intera che, bramando vendetta, decise di reagire, inviando in Africa ottocento bersaglieri al comando di Tancredi Saletta. Era il 5 febbraio del 1885.
Mentre la bella ma afosa Massaua si trasformava nella culla del colonialismo italiano, i coraggiosi bersaglieri si spinsero ad ovest, occupando Saati, Arkiko, Zula, Monkullo, Arafali, dove le innumerevoli tribù che popolavano quei territori, accettarono serenamente il nuovo dominio italiano, che rappresentava una promessa di pace. Ma le località occupate confinavano con l’ignoto Impero d’Abissinia, dove l’imperatore, il negus Giovanni IV, vide in quella sgradita vicinanza una seria minaccia per il suo trono. Per suo conto, il bellicoso ras Alula, signore dell’Hamasen, non rimase con le mani in mano, ed il 25 gennaio del 1887 attaccò con diecimila uomini il presidio italiano di Saati, ma fu respinto dagli eroici difensori dopo quattro ore di combattimento. Preoccupato dell’attacco abissino, il colonnello Saletta mandò sul posto una colonna al comando del tenente colonnello Tommaso De Cristoforis, composta da cinquecento bersaglieri e un centinaio di bashi-buzuk. Ma a metà strada, la colonna fu attaccata di sorpresa dagli uomini di Alula che, dopo averla circondata, vi si lanciarono agguerritamente. Ottomila abissini contro seicento italiani: fu un massacro. Prima di cadere, De Cristoforis, volgendo un ultimo pensiero alla Patria lontana, riunì i pochi soldati ancora in vita comandandovi di onorare i commilitoni caduti, presentando loro le armi. Il nome di quel colle, dove si salvarono solamente un’ottantina di soldati, abbandonati dal nemico che li credeva morti, resterà per decenni nella memoria italiana: Dogali. La disfatta produsse in Patria molto dolore, tanto che la Camera votò nuovi crediti lasciando partire consistenti rinforzi. Comunque, seguirono due anni di relativa tranquillità, fino al giorno che giunse a Massaua il generale padovano Antonio Baldissera, “ l’austriaco ”, così chiamato per il suo passato da ufficiale nell’esercito asburgico. Si deve a lui il mutamento degli indisciplinati bashi-buzuk in soldati fieri e disciplinati, ribattezzandoli "ascari". Scelse i migliori, selezionandoli tra le etnie più combattive, indipendentemente dalla loro fede religiosa. << Credano pure in ciò che vogliono – dirà – purché obbediscano e combattono. >> Approfittando della morte del negus Giovanni IV, Baldissera, agevolato dalle guerriglie tra i vari ras che si contendevano l’ambito trono d’Abissinia, continuò l’avanzata verso ovest, allargando considerevolmente i confini italiani, sconfiggendo Alula ed occupando Asmara, che diventò la capitale della nostra prima colonia, l’Eritrea, annunciata dal capo del Governo italiano Francesco Crispi il 1 gennaio 1889. A sud dell’Etiopia intanto, in Somalia, altri soldati erano sbarcati nella Costa dei Somali, conquistando il sultanato della Migiurtinia. Il trono del Leone di Giuda fu poi conquistato dal ras dello Scioà, che, grazie all’aiuto italiano, che lo avevano rifornito di denaro e munizioni, fu incoronato a Gondar mesi dopo, adottando il nome di Menelik II. Il nuovo negus firmò subito un trattato d’amicizia con gli italiani, che si impegnavano ad appoggiarlo nelle guerre contro gli altri ras ( Trattato di Uccialli ). Compiaciuto della situazione favorevole, Crispi, bramoso di trasformare molto velocemente l’Italia in una grande potenza coloniale, ordinò al generale Baldissera di continuare la sua marcia verso l’ovest, voltando le spalle agli accordi stabiliti ad Uccialli. “ L’austriaco ” respinse più volte le richieste del presidente del Consiglio, finchè quest’ultimo decise di sostituirlo e richiamarlo in Patria. Per un breve periodo l’Eritrea fu messa nelle mani del generale Baldassarre Orero, poi passò sotto la supervisione di Oreste Baratieri, un generale dal passato garibaldino amico personale di Crispi, che, approdato in Africa, si apprestò ad assecondare le ambizioni coloniali di Roma. “ Il primo screzio tra Roma e Addis Abeba – scrive Arrigo Petacco nel suo lavoro "Faccetta nera" – si registrò con la controversia sull’interpretazione dell’articolo 17 del trattato di Uccialli. Secondo Menelik, l’articolo stabiliva che il negus << può farsi rappresentare in Europa dall’Italia >>, secondo Crispi che il negus << deve e consente di farsi rappresentare… >> ” In questo contesto le cose non poterono che peggiorare e non passò del tempo che i tamburi di guerra iniziarono a tuonare. Come abbiamo già detto, il generale Baratieri non restò con le mani in mano: nell’autunno del 1894, dopo aver conquistato Cassala, in Sudan, mosse verso il Tigrè, la vasta regione abissina dove regnava ras Mangascià, il ras che tempo prima aveva aiutato alcune tribù tigrine ad attaccare, in piccoli assalti, le postazioni italiane, distruggendo la sua armata e conquistando l’intera regione, guadagnandosi ( e a ben merito ) l’appellativo di “ Napoleone d’Africa ”. Gli echi del trionfo italiano provocarono non poche preoccupazioni ad Addis Abeba, dove il nuovo negus si vide costretto ad ordinare la mobilitazione generale. Fu in quegli anni che verranno scritte alcune delle pagine più gloriose della storia dell’esercito italiano, pagine che, purtroppo, non parleranno sempre di vittorie. Una di queste “ pagine ” va dedicata al maggiore Pietro Toselli, un coraggioso ufficiale piemontese, comandante di una colonna di ascari: un mattino d’inizio dicembre la sua colonna lasciò il villaggio di Maccalè, dove era acquartierata il resto dell’armata, per effettuare un giro di perlustrazione nelle vicinanze del lago Ascianghi. Fu qui che viene avvistata una grande armata nemica in avvicinamento. Gli abissini stavano rispondendo all’attacco. Il rapporto d’armi era impari, insostenibile per le forze italiane che ammontavano a milleseicento uomini. Gli abissini erano più di trentamila. Così il maggiore fu costretto ad arroccarsi sulle pendici di un amba, dove attese l’arrivo dei nemici. La battaglia iniziò il 5 dicembre e fu violentissima. Gli attaccanti, guidati da ras Macconen, comandante dell’armata imperiale, al quale si erano aggiunti i soldati di ras Alula e ras Mangascià, attaccarono con estrema brutalità il presidio tenuto dalle nostre forze indigene, che tennero duro e si difesero con valore. Ma il fuoco delle mitragliatrici non riuscì a sostenere la violenza delle orde africane che si lanciava avanti urlando. Verso l’una del pomeriggio, quando la battaglia ancora infuriava, il coraggioso maggiore, afono e ferito, disse al suo aiutante: << Non ne posso più. Ora mi volto e lascio che facciano. >> e così dicendo scomparve nella mischia. Il monte dove avvenne l’eroica resistenza dei nostri ascari portava il nome di Amba Alagi, rimasto indelebile nella storia della nostra Patria per il maggiore Toselli ed il fiero IV Battaglione Eritreo, che vi trovarono la morte. Eliminata la minaccia dell’Amba Alagi gli abissini puntarono su Maccalè, dove una piccola guarnigione, composta da circa milletrecento uomini tra italiani ed ascari, comandata da un altro coraggioso ufficiale piemontese, il maggior Giuseppe Galliano, era rimasta in presidio del villaggio. La massa scioana giunse innanzi al forte il 9 dicembre, ma non attaccò subito: restò immobile alle porte del villaggio, attendendo l’arrivo di altri uomini, aumentando consistentemente nel giro di pochi giorni. Nonostante i numerosi tentativi di Maconnen di indurre il piemontese ad arrendersi, Galliano non intendeva cedere il villaggio agli abissini che, la notte del 7 gennaio, iniziarono ad attaccare. L’assedio, che fu brutale, durò molti giorni, ma il peggior nemico degli italiani si rivelò la sete. Da giorni infatti il forte era a secco. Inviando inutilmente i suoi spericolati messaggeri per avvertire Baratieri dell’ostile situazione, Galliano si preparava ad affrontare la fine con onore. << E’ questione di ore, - dirà – poi il sacrificio. >> Quella stessa sera, quando la situazione era ormai diventata insostenibile, riunendosi con i suoi ufficiali, decisero che il giorno successivo avrebbero fatto saltare il forte ed attaccato gli abissini. “ Fu a questo punto – continua Arrigo Petacco – che entrò in scena un misterioso personaggio. Pietro Felter, un commerciante bresciano che viveva da tempo in Abissinia e godeva la piena fiducia di Maconnen. Felter si mise in contatto con Baratieri e si offrì come intermediario, poi, dopo complesse trattative, gli fece sapere che il ras, d’accordo con il suo negus, era disposto a liberare la guarnigione in cambio di un riscatto in denaro. ” La cifra (esorbitante…) fu pagata personalmente dal re Umberto I, all’insaputa dei difensori di Maccalè che continuavano ignari l’eroica resistenza. L’ordine di resa giunse al forte la sera del 19 gennaio. Nel leggere l’umiliante trattativa Galliano impallidì; altri ufficiali scoppiarono in lacrime. << Povera Italia. >> - dirà lasciando il villaggio il fiero piemontese, che per l’eroismo dimostrato aveva ricevuto elogi dal re e dal Kaiser di Germania. - Sbaragliato anche il pericolo proveniente da Maccalè, gli abissini mossero verso l’Eritrea. Gli italiani, per contrastarli, si spinsero vero Adua. Fu proprio nei pressi di questo piccolo villaggio del Tigrè che si consumò la più grande sciagura dell’esercito italiano in terra d’Africa: la sera del 29 febbraio Baratieri spinse le sue armate, guidate da valorosi generali, quali Matteo Albertone, Giuseppe Arimondi, Vittorio Emanuele Dabormida e Giuseppe Ellena. Circa diciassettemila uomini in tutto, ma Menelik II era pronto a riceverlo. Fu all’alba del 1 marzo che iniziò la tragedia: la Brigata indigena guidata da Albertone, ingannata da una falsa indicazione topografica, capitò all’insaputa nel campo nemico, trovandosi imprigionata in un inferno abissino. Fu un massacro. Travolti gli ascari di Albertone, gli altri centomila guerrieri scioani si riversarono con violenza sulle altre brigate italiane. I combattimenti furono infuocati: italiani ed eritrei, benché inferiori di numero, si batterono da leoni, aprendo molti vuoti fra gli attaccanti, costringendo gli abissini a retrocedere. Solamente l’intervento della valorosa Guardia Imperiale lanciata dal negus sulle postazioni tenute dagli ascari mutò il corso della battaglia. Rimasta in piedi solamente la brigata del generale Arimondi, Baratieri vi inviò in soccorso il III indigeni di Galliano, gli eroici difensori di Maccalè. Ma ormai le sorti del combattimento erano decise. Questa catastrofe militare, passata alla storia come la “ disfatta di Adua ”, all’Italia costò cinquemila morti metropolitani, compresi gli impavidi ufficiali: Albertone fu fatto prigioniero; Arimondi, ferito al ginocchio, continuando il combattimento con la spada sguainata, perì sommerso da una violenta marea umana abissina; anche Dabormida era caduto; quanto a Galliano, non se ne seppe più nulla. Come in precedenza per Toselli, la sua morte era destinata ad entrare nella leggenda. I due eroi piemontesi, divenuti simbolo dell’eroismo italiano in terra d’Africa, solennizzati durante il ventennio fascista, sono oggi dimenticati dalla memoria nazionale, cancellati dai libri di storia ed obliati dalla Patria per cui diedero coraggiosamente la vita. A Roma, in via Lepanto, innanzi alla caserma Nazario Sauro, due busti di bronzo eretti più di cento anni fa, posti l’uno di fronte all’altro e riportanti i maschi visi dei due ufficiali, rappresenta l’unico gesto di riconoscimento presente nella capitale in ricordo dei due martiri. Vale la pena riportare la frase scritta sotto il busto dell’eroe dell’Alagi:
AL MAGGIORE
PIETRO TOSELLI
IL QUALE NOVELLO LEONIDA
CADDE SULL’AMBA ALAGI
PER L’ONORE DELLA PATRIA
SENTENDO
NELLA DEVOZIONE AL DOVERE
LA PIU’ PURA POESIA DEL VIVERE MILITARE
Agli ascari andò peggio, anche se le vittime riportate furono minori rispetto a quelle italiane ( solamente milleseicento morti ). Il giorno successivo alla battaglia di Adua, il negus ordinò che agli ascari di provenienza tigrina catturati, considerati disertori della causa etiopica, subissero l’agghiacciante mutilazione della mano destra e del piede sinistro, in modo che non potessero mai più combattere. Di questi, solamente quattrocentosei riuscirono, trascinandosi faticosamente, a raggiungere l’Eritrea. La notizia della disfatta giunse in Italia la notte del 2 marzo, provocando chiaramente immensi clamori in Patria e all’estero: per la prima volta nella storia un esercito “ bianco ” veniva sconfitto da un esercito “ nero ”; per la prima volta nella storia una nazione europea aveva dovuto chinare il capo ad una nazione africana. Fu in quest’umiliante contesto di eventi funesti che nacque ( e si divulgò con straordinaria rapidità… ) l’insulsa ed invera leggenda , diffusa ancora oggi, degli italiani incapaci di combattere. La pace tra Roma ed Addis Abeba fu firmata il 26 ottobre dello stesso anno, stipulando << […] pace ed amicizia perpetua fra S. M. il Re d’Italia e l’Imperatore d’Etiopia, come tra i loro successori e sudditi >> e precisando che << l’Italia riconosce l’indipendenza assoluta dell’Impero d’Etiopia come stato sovrano. >> Al trattato seguiranno diversi accordi bilaterali che stabilivano il confine tra l’Abissinia e le colonie italiane ( Eritrea e Somalia ). Incomprensibilmente la linea di confine con i territori somali non venne mai tracciata ed un vastissimo territorio dell’Ogaden restò per anni << Terra di nessuno >>. Con convenzione aggiuntiva al trattato venivano liberati,dietro consistenti pagamenti, i prigionieri del R. E. trattenuti in Abissinia. Si dice che “ l’africanista ” Regina Margherita, in uno scatto d’orgoglio patriottico, dichiarò: << I prigionieri si riscattano con il piombo e non con l’oro. >>

sabato 7 marzo 2015

Storia ed origini dell'Associazione A.N.M.I.G.

storia ed origini






Costituitasi spontaneamente a Milano nell’aprile 1917, mentre infuriava cruenta la prima guerra mondiale, l’Associazione, sin dalla fondazione, persegue, in base a quanto stabilito nell’art.1 dello Statuto sociale, finalità:
di ordine ideale, morale e patriottico, in quanto volte a promuovere, nel ricordo del dovere compiuto per la patria e nell’auspicio della eliminazione delle guerre, ogni iniziativa diretta al consolidamento della Pace, della cooperazione e dell’amicizia tra gli Stati, nonché allo sviluppo del civile, giusto e democratico progresso del popolo italiano;
di ordine rappresentativo, nel senso che l’Associazione attende allo studio dei particolari problemi che riguardano i mutilati ed invalidi di guerra, in relazione alle loro peculiari esigenze, promuovendo e svolgendo, anche attraverso iniziative parlamentari, ogni possibile azione di difesa degli interessi morali e materiali degli stessi.
L’A.N.M.I.G. conta oggi oltre 100.000 soci tra mutilati ed invalidi di guerra, vedove ed orfani titolari di pensione di reversibilità, tutelati ed organizzati presso 322 Sezioni, ubicate nelle maggiori città, 166 Sottosezioni, numerosi Fiduciariati dislocati su tutto il territorio nazionale, e alcune rappresentanze all’estero.
L’Associazione, di cui è Presidente il Comm.Bernardo Traversaro, è autonoma ed indipendente da qualsiasi partito o forza politica. Essa ha la protezione, la rappresentanza e la tutela della categoria, che esercita anche attraverso propri rappresentanti negli Enti e nelle Commissioni che trattano i problemi degli invalidi di guerra.
L’A.N.M.I.G. è stata fra le fondatrici, sin dal 1950, della Federazione Mondiale degli ex Combattenti (FMAC), organismo aderente all’ONU che annovera organizzazioni in tutto il mondo in rappresentanza degli ex combattenti, invalidi e vittime della guerra.
Dal 1979 l’Associazione ha promosso la costituzione della Confederazione fra le Associazioni combattentistiche italiane alla quale aderiscono 19 organizzazioni.
La Confederazione, presieduta dal Presidente dell’A.N.M.I.G. Comm.Bernardo Traversaro, è nata anche dall’avvertita esigenza dei decorati al Valor Militare, dei partigiani, degli ex combattenti, delle vittime della guerra e del dovere di un rafforzamento delle istituzioni repubblicane in nome degli ideali di libertà e di democrazia per i quali essi combatterono, nonché dal proposito di recare un concreto contributo alla causa della Pace tra i popoli in uno spirito di amicizia e di costruttiva cooperazione.
Ulteriore testimonianza dell’attività e dell’impegno dell’A.N.M.I.G. nella società è costituita dal ruolo di primaria importanza rivestito in seno ai Comitati Nazionali per le celebrazioni del Cinquantennale della Resistenza e della Guerra di Liberazione, nonché del 50° della Repubblica, della Costituente e della Carta Costituzionale, istituiti rispettivamente con legge 14 luglio 1993 n. 249 e legge 20 maggio 1997 n. 134, entrambi presieduti dallo stesso sen. Agostini.
Egli presiede anche il Comitato Nazionale per le celebrazioni del 60° anniversario della Resistenza e della Guerra di Liberazione, celebrazioni che hanno avuto inizio l’8 settembre 2003 a Roma e si concluderanno il 25 aprile 2005 a Milano.
Gelosa custode di un immenso patrimonio di valori, di ideali e di testimonianze, acquisito nel corso dei suoi 87 anni di vita, l’Associazione non intende che esso venga disperso quando, per l’inarrestabile avanzare degli anni, i protagonisti di così qualificanti pagine della storia italiana non ci saranno più.
Pertanto è stato deciso di costituire una Fondazione con il compito di tramandare alle giovani generazioni questa preziosa eredità ideale e di conservare la memoria storica di lotte, di sacrifici e di conquiste che hanno consentito all’Italia di crescere nella libertà, nella democrazia e nella giustizia sociale.

giovedì 5 marzo 2015

Turbine (cacciatorpediniere 1902)


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Descrizione generale

Tipocacciatorpediniere
ClasseNembo
Proprietà Regia Marina
CostruttoriPattison, Napoli
Impostataagosto 1899
Varata21 novembre 1901
Entrata in servizioagosto 1902
Destino finaleaffondato in combattimento il 24 maggio 1915
Caratteristiche generali
Dislocamentonormale 330 t
a pieno carico 360
Lunghezzatra le perpendicolari 63,4 m
fuori tutto 64 m
Larghezza5,94 m
Pescaggio2,29 m
Propulsione3 caldaie Thornycroft
2 motrici alternative
potenza 5.200 hp
2 eliche
Velocità30 nodi
Autonomia2200 miglia a 9 nodi
Equipaggio55 tra ufficiali, sottufficiali e marinai
Armamento
Armamento
  • 1 pezzo da 76/40 mm
  • 5 pezzi da 57/43 mm
  • 4 tubi lanciasiluri da 356mm
Il Turbine è stato un cacciatorpediniere della Regia Marina.

Storia[modifica | modifica wikitesto]

Dopo pochi anni di servizio, nel 1905 la nave venne sottoposta ad una prima fase di lavori di modifica dell'armamento, per uniformarla alle unità gemelle: venne rimosso il cannone singolo Vickers-Armstrongs da 76 mm, sostituito da altri due tubi lanciasiluri da 356 mm[1].
Nel 1909, l’unità, come del resto tutte le navi gemelle, fu sottoposta a nuovi e radicali lavori di modifica: l’alimentazione dellecaldaie, inizialmente a carbone, divenne a nafta, mentre l’armamento vide la sostituzione dei cannoni da 57 mm con 4 pezzi da 76/40, e dei quattro tubi lanciasiluri da 356 mm con altrettanti da 450 mm[2][3][1]. Anche la sagoma della nave fu profondamente modificata: dai due corti e tozzi fumaioli esistenti si passò a tre fumaioli di minori dimensioni e forma più snella[3][1].
Inquadrata nella IV Squadriglia Cacciatorpediniere (Nembo, Aquilone, Borea), la nave prese parte alla guerra italo-turca[4]. Il 17 aprile rimase danneggiato in seguito ad una collisione con il capoclasse Nembo, ma il giorno seguente poté partecipare, insieme al Nembo, agli incrociatori corazzati Vettor Pisani, Giuseppe Garibaldi, Varese e Francesco Ferruccio, all’incrociatoretorpediniere Coatit ed alle torpediniere Climene, Procione, Perseo e Pegaso, al bombardamento dei forti ottomani di Gum-Galesch e Sed Ul Bahr, sullo stretto dei Dardanelli[4].
Nel 1914-1915, a seguito di ulteriori modifiche, sulla nave furono installate le attrezzature necessarie a posare 10-16mine[1][3].
Nel maggio 1915 il Turbine faceva parte, con i gemelli Borea, Nembo, Espero ed Aquilone, della V Squadriglia Cacciatorpediniere, di base a Taranto[5]. Comandava l’unità il capitano di corvetta Luigi Bianchi[5].
Nel pomeriggio del 23 maggio 1915 il Turbine e l’Aquilone lasciarono la base con l’ordine di perlustrare la costa fino all’altezza diManfredonia, e porsi quindi in pattugliamento[5][6][7] . Nelle prime ore del 24 maggio, non appena l’Italia ebbe dichiarato guerra all’Impero Austro-Ungarico, numerose unità della K.u.K. Kriegsmarine furono inviate, come precedentemente pianificato, a bombardare obiettivi militari e città costiere dell’Adriatico[5][6][7]. Alle 4.10 del 24 maggio l’Aquilone avvistò l’esploratoreaustroungarico Helgoland intento a bombardare Barletta, e diresse per attaccarlo, ma si trovò ben presto ad avere la peggio: l’Helgoland interruppe il bombardamento, ma si pose all’inseguimento del più piccolo e meno armato Aquilone[5][6][7]. In quella fase, intorno alle 4.30, giunse sul posto il Turbine, che, identificato l’esploratore nemico da 9.000 metri e compresa la situazione, diresse a notevole velocità per attaccarlo, onde distoglierlo dall’inseguimento dell’Aquilone e dal bombardamento di Barletta[5][6][7]. Vistosi attaccato, l’Helgoland cessò il fuoco contro l’Aquilone, che poté allontanarsi, e diresse invece contro il Turbine allo scopo di bloccarlo tra sé e la riva; il cacciatorpediniere italiano iniziò quindi ad allontanarsi facendo leva sulla sua maggiore velocità, cercando anche di attirarlo verso Pelagosa, dove navi italiane stavano effettuando uno sbarco[5][6][7]. Tra le due navi la distanza iniziò ad aumentare (oltre 7.000 metri), anche se con le prime luci dell’alba il Turbine dovette accostare ad est per non incagliarsi sul Gargano, ma alle 5.30 furono avvistati di prua, sulla sinistra, due cacciatorpediniere: si trattava di unità austriache, il Tatra e lo Csepel, più grandi, moderne e veloci e meglio armate[5][6][7]. Mentre le navi passavano al largo di Vieste il Turbine, che dirigeva verso nord, era sostanzialmente circondato: lo Csepel si trovava a 5.400 metri a poppavia, sulla sinistra, il Tatra a 6.000 metri, a poppa, l’Helgoland a 7.000 metri al traverso di dritta[5][6][7]. Alle 5.48 le navi avversarie aprirono il fuoco, danneggiando il Turbine e ferendo alcuni uomini tra i quali il comandante Bianchi; anche la nave italiana aprì il fuoco e colpì l’albero maestro dello Csepel, provocando qualche ferito[5][6][7]. Alle 5.50 le navi cessarono temporaneamente di sparare in seguito all’avvistamento a nord/nordest di un’altra unità, riprendendo il fuoco alle 6, quando il Tatra era a circa 5.000 metri dalTurbine e lo Csepel a 4.600; alle 6.10 la nave avvistata, che si trovava a 6.500 metri dal cacciatorpediniere italiano, si rivelò essere un terzo cacciatorpediniere austroungarico, il Lika[5][6][7]. Alle 6.30 il Lika, giunto a 4.500 metri dal Turbine, aprì il fuoco contro di esso ottenendo rapidamente due centri: un proiettile da 70 mm centrò la caldaia prodiera della nave italiana, provocando un violento scoppio che investì la plancia, e poco dopo un secondo colpo, da 102 mm, colpì la caldaia poppiera e la timoniera di dritta[5][6][7]. Con le macchine fuori uso, il Turbine procedette per un breve tratto spinto dalla forza d'inerzia e quindi s’immobilizzò[5][6][7]. Giunte a 1.000 metri le navi avversarie smisero di sparare ed intimarono l’abbandono della nave; l’equipaggio avviò le manovre di autoaffondamento e salì quindi sulle imbarcazioni di salvataggio[5][6][7]. Dopo aver distrutto idocumenti segreti, il comandante Bianchi rimase a bordo del cacciatorpediniere agonizzante: a portarlo su una delle imbarcazioni, alle 6.51, fu il capo timoniere[5][6][7].
Ridotto ad un relitto crivellato ed in fiamme, il Turbine s’inabissò poco dopo le 6.51[5][6][7].
Fra l’equipaggio, composto da 53 uomini, si ebbero 10 morti[5]. Trentadue superstiti, tra i quali il comandante Bianchi, furono recuperati (e fatti prigionieri) dalle unità austro-ungariche, mentre i rimanenti 9 uomini furono salvati dall’incrociatore ausiliario Città di Siracusa, che, informato via radio dello scontro alle 6.17 mentre si trovava a Pelagosa per effettuarvi uno sbarco, era accorso sul posto insieme all’esploratore Libia ed aveva ingaggiato un breve quanto infruttuoso scontro contro la formazione avversaria[5][6][7]. Uno dei feriti, il fuochista Giuseppe Camminita, morì per le ustioni riportate a Sebenico, dov'era stato inizialmente condotto l'equipaggio prigioniero[7].

Il capitano Luigi Bianchi, che salvò Barletta dal bombardamento


Il 24 maggio 1915 un cacciatorpediniere austriaco bombarda Barletta




 16 Febbraio 2015 
Prima guerra mondiale, un massacro inutile, pianificato da governi e monarchie, dalle cui ceneri nacquero i germi di altre dittature: nazismo, fascismo e comunismo. Nel centenario della guerra, vi raccontiamo uno atto di disperato eroismo accaduto a Barletta, tra le migliaia avvenuti durante tutta la guerra, su tutti i fronti. Alla vigilia dell'entrata in guerra, l'ammiraglio Haus, comandante supremo della Marina Austriaca, emanò il seguente ordine:«E' mio intento danneggiare di sorpresa il nuovo avversario, applicando un sensibile colpo alla sua forza morale». A tale scopo, la Marina austriaca bombarda punti militari della costa adriatica, con l'impiego di tutte le forze che - al momento della dichiarazione di guerra - erano presenti nelle acque italiane. La maggioranza di questi obiettivi militari erano, in realtà, città indifese, come ad esempio Barletta.

Il bombardamento di Barletta
Quel 24 maggio 1915, primo giorno di guerra, le condizioni atmosferiche erano scarse a sul mare di Barletta c'era foschia, che non permetteva una buona visuale. Ad un tratto, verso le 04.00, dal porto, fu avvistata una nave all'orizzonte. La nave - nonostante le ripetute richieste di identificazione tramite radiotelegrafo - mantiene il silenzio radio, fino a quando, giunta a breve distanza dalla costa, viene riconosciuta : è l'incrociatore austriaco "Helgoland", stazza di 3500 tonnellate, armato con nove cannoni. Con una rapida manovra, l'incrociatore vira in direzione della imboccatura del porto e apre il fuoco: colpisce prima alcuni vagoni ferroviari del porto, poi mira verso il centro abitato sulla città, colpendo una abitazione in via Mura di S. Cataldo, nei pressi della Cattedrale. In seguito, aggiustando il tiro, la nave austriaca colpisce le mura del castello svevo, dove si trova un distaccamento di fanti e bersaglieri. Le sette cannonate che colpiscono il castello, vengono sparate a lunghi intervalli, con precisione. Le mura resistono e i sette colpi sono tuttora visibili. Alle 4.10, il cacciatorpediniere "Aquilone" - in navigazione a breve distanza dalla città - avvista l'incrociatore austriaco intento a bombardare Barletta, si dirige per attaccarlo: Helgoland interrompe il bombardamento, inseguendo il più piccolo e meno armato Aquilone.

Il cacciatorpediniere "Turbine" giunge in aiuto
Dal porto viene radiotelegrafate richieste di aiuto, che vengono raccolte dal cacciatorpediniere italiano "Turbine" ( 300 tonnellate, 4 cannoni da 76 mm), comandato dal capitano Luigi Bianchi, in navigazione a breve distanza da Barletta. Il Turbine è una nave veloce, sebbene inferiore nelle dimensioni e nell'armamento, che si lancia in aiuto della città di Barletta. Nel suo rapporto, il comandante Bianchi scrive:«Non pensando all'ordine avuto di non impegnarmi contro forze superiori, ma cedendo all'impulso dell'indignazione provocata dal vedere bombardare una nostra città indifesa, ordinai alle macchine di mettere a tutta forza e diressi verso il nemico».

Il Turbine, identificato l'esploratore nemico da 9.000 metri, si dirige per attaccarlo, per distoglierlo dall'inseguimento dell'Aquilone e dal bombardamento di Barletta. Vistosi attaccato, l'Helgoland cessa il fuoco contro l'Aquilone, che si allontana, e dirige contro il Turbine allo scopo di bloccarlo; il cacciatorpediniere italiano inizia ad allontanarsi, grazie alla sua maggiore velocità, inizia un lungo inseguimento, cercando di attirare la nave austriaca verso Pelagosa (Isole Tremiti), dove navi italiane stavano effettuando uno sbarco. Barletta è salva. All'alba, il Turbine rallenta ad est per non incagliarsi sul Gargano, in prossimità delle acque di Manfredonia. Intanto, sopraggiungono altre cacciatorpediniere austriache, il "Tatra" e il "Csepel", di 900 tonnellate ciascuna e armate di 6 cannoni, il "Lika" e "Orjen", navi veloci e potenti, che raggiungono il Turbine. Alle 5.48, le navi avversarie aprono il fuoco.

La battaglia navale al largo di Manfredonia
Nel rapporto, il comandante Bianchi, scrive:«Il tiro nemico si rivelava potente, ma poco centrato, e il Turbine, circondato da granate che scoppiavano vicinissime, procedeva illeso e si poteva ancora sperare, data l'altissima velocità raggiunta, di prolungare la lotta per molto tempo». Il Turbine ingaggia battaglia ma, circondato dal tiro incrociato delle cinque navi austriache, si difende in una disperata battaglia. Colpito in più punti, continua a sparare fino all'esaurimento del le munizioni. Ormai, metà dell'equipaggio è morto o ferito, lo stesso comandante Bianchi colpito di striscio al viso da una scheggia di granata sul ponte di comando. Verso le 7.00 del mattino, il comandante ordina l'auto - affondamento del cacciatorpediniere, per evitarne la cattura da parte degli avversari austriaci.

«Per evitare il macello, ormai inutile» – scrive il comandante nel suo rapporto – «ordinai all'equipaggio di cacciarsi in acqua, e con orgoglio posso dire che non pochi volevano rimanere a bordo e che dovetti loro imporre di abbandonare la nave. Ordinai al capo timoniere di ammainare il battello, dichiarare la resa e imbarcare i feriti gravi sulle scialuppe». Al termine della battaglia, la squadriglia navale austriaca si allontana velocemente. Al termine della guerra, le suddette navi austriache furono cedute all'Italia, in conto riparazione danni di guerra; il "Lika", fu affondato il 29 dicembre 1915.

Per ricordare questo tragico evento, è stato dato il nome "Via Turbine" ad una strada della città di Barletta ed è stato affissa una lapide all'ingresso del castello svevo, a ricordo del tragico evento.

Capitano Luigi Bianchi
Il capitano Luigi Bianchi nacque a Genova il 21 dicembre 1873. Morì a Sestri (Ge) il 15 aprile 1953 col grado di contrammiraglio della Riserva Navale.

Si ringrazia per la collaborazione Ruggiero Graziano, presidente dell'ANMIG (Associazione Nazionale Mutilati Invalidi di Guerra) - sezione Barletta (via Capua, 28)