venerdì 27 febbraio 2015

Prof. Giuseppe Dicuonzo Nato in rifugio, la storia da non dimenticare


Presentazione dell'ultimo lavoro del Prof. Giuseppe Dicuonzo



 15 Maggio 2010 
Domenica 16 maggio 2010 alle ore 10-12 presso lo stand H141 Gruppo Editoriale Tangram di Torino sarà presentato il libro "Nato in Rifugio" del nostro Giuseppe Dicuonzo, esimio Professore barlettano.

Il libro può considerarsi una ricerca di carattere storico-geografica dell'Istria in cui l'attenzione è rivolta, nel primo capitolo, principalmente alla geografia ed alla storia della città di Dignano d'Istria (città d'origine della mamma e dei suoi avi) e di Pola (città che ha dato i natali all'autore). Tutta l'area geografica presa in considerazione non vuole suscitare polemiche, ma conferire chiarezza alle vicissitudini di un popolo non note e mantenute volutamente per sessant'anni nell'oblio.

Nei diversi capitoli che seguono il primo è stato affrontato dettagliatamente il tema della "foibe" che vuole proporre all'opinione pubblica la storia del calvario, in forma corretta, degli italiani d'Istria dalla seconda guerra mondiale fino alla completa definizione dei nuovi confini della Venezia Giulia avvenuti nel 1975. In una sintesi dei fatti avvenuti principalmente tra il 1943 e il 1945 si è proceduto ad una dettagliata disamina dei martiri e delle testimonianze più significative di una pulizia etnica avvenuta nella storia dell'Istria, rispondendo ai perché di tanta efferatezza, al numero delle vittime, ai luoghi, ai modi del martirio, ecc. ecc.

Anita Garibaldi:«L’Italia è messa male, voi siete la speranza»


Intervista alla pronipote del grande condottiero




 14 Marzo 2014 
Anita Garibaldi ha lo stesso sguardo intenso del suo bisnonno Giuseppe, che fu marinaio e viaggiatore instancabile, condottiero e rivoluzionario. La dott.ssa Garibaldi è giornalista, viaggiatrice, appassionata delle proprie radici, e ce lo dimostra in questa serena chiacchierata durata troppo poco. Le spieghiamo anche la situazione della bandiera garibaldina della Brigata Barletta, che giace nei sotterranei del polo museale, lei ci assicura che ne parlerà col nostro sindaco.

Dott.ssa Garibaldi, lei ha viaggiato molto, tra Gran Bretagna, Uruguay e Brasile, ripercorrendo le tappe della vita del suo bisnonno. Giuseppe Garibaldi è più amato in Italia, Gran Bretagna o Sud America?
«In Gran Bretagna. Gli inglesi lo hanno amato e lo amano tutt'ora per la sua generosità disinteressata. Con la nostra Fondazione, stiamo preparando le celebrazioni per il 150 esimo anniversario del viaggio di G. Garibaldi a Londra, avvenuto nel 1864».

Giuseppe Garibaldi fu prima di tutto uomo di mare, in seguito rivoluzionario?
«Si, sebbene abbia vissuto pochissimo in Italia, si imbarcò a 15 anni, tornando in Italia all'età di 50 anni. Nizza, sua città natale, era francese. Nella sua carriera da marinaio, fu anche ammiraglio della flotta uruguaiana. A Montevideo, la capitale dell'Uruguay, c'è l'unica sua statua in divisa da marinaio, tutte le altre statue esistenti lo ritraggono in pose da condottiero».

G. Garibaldi è moderno?
«Modernissimo, basti pensare che ha creato le società di mutuo soccorso e le Università per adulti. Per lui era fondamentale il rapporto tra gli enti locali e il popolo. Queste e altre idee le aveva assorbite dalla Gran Bretagna, nel periodo in cui viaggiava come marinaio. Lui ha vissuto pochissimo in Italia, si è imbarcato a 15 anni, tornando in Italia all'età di 50 anni. Tutti i suoi documenti sono francesi, Nizza,la sua città natale, era una città francese».

G. Garibaldi amava la politica italiana di quel tempo?
«Lui non amava i palazzi del potere, e il potere non amava lui. Era amato dal popolo, ancora oggi lo è».

Non sopportava il potere temporale della Chiesa. Oggi, al contrario, ammirerebbe Papa Francesco?
«Direi di si. Papa Francesco proviene da una parte del mondo in cui la Chiesa è dalla parte dei poveri e del popolo, in accordo con le idee di G. Garibaldi, che sposò sua moglie Anita e battezzò tutti i suoi figli».

Dott.ssa Garibaldi, cosa ne pensa dei nostalgici del Regno dei Borboni?
«Durante il regno borbonico vivevano bene soltanto i ricchi, io non credo che il popolo vivesse bene. Ho incontrato molti nostalgici borbonici, ho cenato anche con Carlo di Borbone, col quale tentammo di organizzare un incontro tra garibaldini e borbonici. Purtroppo , non se ne fece più nulla».

C'è un aneddoto particolare legato alla sua famiglia?
«Uno dei figli di G. Garibaldi, Ricciotti, educato in gran Bretagna, tornò a Caprera, a 17 anni. Qui, tanti meridionali giungevano a chiedere aiuto per fronteggiare le violenze delle truppe piemontesi sulla popolazione. Ricciotti scappò da Caprera e andò a combattere coi briganti, contro l'esercito piemontese. Ricercato, fu nascosto da una famiglia di briganti calabresi in un caverna della Sila, fino a quando non fu graziato dal re».

E' stata soddisfatta delle celebrazioni del 150 esimo anniversario dell'Unità d'Italia?
«Assolutamente no, neppure Roma ha fatto granchè per le celebrazioni. L'unica regione che ha celebrato degnamente l'Unità di Italia è stata la Calabria, dove il popolo e le associazioni si sono mosse».

Come è affrontato lo studio del risorgimento nelle scuole italiane?
«Nelle scuole elementari è stato eliminato, si studia solo in terza media, in maniera superficiale, affidato al buon cuore degli insegnanti. Non si può essere fieri di una nazione di cui si ignora la storia. I bambini crescono senza una identità italiana, ma solo come individui del sud dell'Europa».

Perché ha chiesto di riesumare la salma di G. Garibaldi, sepolto a Caprera?
«Per constatare lo stato di conservazione del corpo, che fu imbalsamato malissimo, a quel tempo, sebbene il mio bisnonno avesse disposto nel suo testamento di essere bruciato, su una pira di legna profumata, da lui stesso raccolta. Ho inoltrato richiesta al Ministero della Cultura, ricevendo solo rifiuti. In seguito, ho ricevuto intimidazioni dal sindaco di un comune della Maddalena, che mi ha consigliato di lasciare perdere. Ma io continuerò nella mia lotta».

Cosa ci resta delle idee di G. Garibaldi?
«Tutto: la libertà e la democrazia liberale. L'Europa di oggi è democratica, ma illiberale. Il rapporto tra economia europea e mondiale è sfasato, la gente povera è sempre più povera, i ricchi sempre più ricchi».

Lei come vede l'Italia di oggi?
«L'Italia è messa male e ne sono addolorata, l'unica speranza siete voi. Nel mondo ho incontrato tanti italiani. Quando i giovani italiani espatriano, "sbocciano" con la loro intelligenza e creatività. Io ho cinque figli e vivono tutti all'estero, ma mi dispiace che l'Italia si impoverisca in questo modo, vedendo andare via i propri figli. Il mio bisnonno diceva:«L'Italia non si fa solo con le baionette, ma con la cultura e l'istruzione».


Riceviamo e volentieri pubblichiamo rettifica alla suddetta intervista.
Egregio Sig. Direttore, in riferimento all'oggetto, in nome e per conto della presidente dell'Associazione Nazionale Garibaldina, sig.ra Maria Antonietta Grima Serra, sono a comunicarle che la richiamata sig.ra A. Garibaldi non ha fondato la A.N.G. e non è mai stata Presidente della medesima Associazione. Ha ricoperto per un breve periodo solo una carica onoraria, quindi al di fuori degli organi statutari. Peraltro la stessa non ha mai avuto la tessera dell'Associazione Nazionale Garibaldina. Tanto dovevo per corretta informazione che, qualora Ella riterrà opportuno, le sarei grato se volesse pubblicare a rettifica delle dichiarazioni rese. Cordiali saluti
Avv. Enrico Strati
 Anita Garibaldi discende in linea diretta dall'eroe dei due mondi e da Ana Maria de Jesus Ribeiro Da Silva, passata alla storia ed entrata nel mito con il nome di Anita. L'erede privilegiata del patrimonio ideale del Risorgimento è nata a Lugano, è vissuta e ha compiuto gli studi in Italia, in Francia e Inghilterra dove si è laureata in Scienze Politiche. Subito dopo è partita per il Sud America dove ha svolto importanti ricerche documentaristiche in Messico, Uruguay e Brasile. Anita Garibaldi-Hibbert, 5 figli e 13 nipoti, ha lavorato in Italia e all'estero. È ricercatrice, giornalista, scrittrice. Impegnata nella difesa dei diritti umani, Ufficiale al merito della Repubblica italiana, componente per diritto ereditario materno della prestigiosa ed esclusiva associazione Colonial Dames of America, è donna di tempra speciale come la sua genìa femminile che racconta nel bel libro Nate dal Mare (Il Saggiatore, 2003).

Sua madre, Speranza Mc Michael nata a Filadelfia, moglie di Ezio, nobili radici genealogiche nella rivoluzione americana, ha salvato molte famiglie ebree dalle persecuzioni nazifasciste. La nonna, l'inflessibile londinese Costanza Hopcraft, moglie di Ricciotti, filantropa senza sosta, fondò e allestì ospedali allevando 15 figli. Anita è stata dirigente nazionale del P.S.I. e candidata alle elezioni politiche del 1986 nel collegio di Velletri, con un successo elettorale di 37.000 preferenze. Per la promozione dei valori risorgimentali nel 1999 ha fondato l'Associazione Nazionale Garibaldina di cui è presidente, nel 2009 ha creato la Fondazione Giuseppe Garibaldi coinvolgendo numerose associazioni e movimenti in Italia e all'estero.

Antonio Donvito, la seconda guerra mondiale e i campi di lavoro tedeschi


La parola al 91 enne barlettano recentemente insignito di una medaglia d'onore


 12 Giugno 2014
Due anni di prigionia, due anni di lavoro, sofferenza ed espedienti. Antonio Donvito, barlettano, classe 1923 è stato internato per ben due anni dal 1943 al 1945 in campi di lavoro tedeschi, dai quali è però riuscito a venir fuori portando con se un bagaglio di esperienza e di aneddoti da poter raccontare ai giovani tanto da fornirgli degli elementi importanti per poter riflettere su quello che è stato il periodo della seconda guerra mondiale, un periodo di orrore vissuto dal signor Donvito, quanto basta per comprenderne a pieno la durezza. Oggi, dopo ben 69 anni dalla fine del più sanguinoso conflitto della storia, Antonio Donvito si è visto riconoscere una medaglia d'onore (gli è stata consegnata lo scorso 2 giugno presso la prefettura di Barletta), un simbolo importante per un uomo semplice, che abbiamo voluto intervistare per trarre da lui i maggiori insegnamenti possibili.

Signor Donvito, cosa significa per lei questo premio?
«Per me è una grande soddisfazione, ricevere questo premio ed essere gratificato per quella che è stata la mia esperienza. Io rientro nella categoria degli IMI (Italiano militare internato) ovvero, un prigioniero di guerra non riconosciuto come tale. Questo a seguito di un accordo tra Mussolini e Hitler per condurre questo tipo di prigionieri al lavoro coatto. Se fossimo stati prigionieri di guerra non avremmo potuto lavorare, così invece sì. Qualcuno di noi fu portato nelle miniere altri, come me, in campi di lavoro della Germania».

Ci racconta un po' dove si trovava quando fu tratto in prigionia e in che modo foste arrestati?
«La mia partecipazione alla guerra cominciò nei bersaglieri di stanza a Roma, poi fui mandato a Velletri per il C.A.R. con la possibilità di essere mandato in Russia, possibilità che non si concretizzò. Poco tempo dopo, e siamo nel 1943, fui però mandato in Grecia dove facevamo presidio notturno ai campi controllati dagli italiani, senza però mai partecipare a combattimenti. Qualche giorno dopo l'8 settembre ci si presentarono dinanzi il nostro colonnello e quello tedesco, intimandoci di mollare i fucili e comunicandoci che saremmo tornati in Italia. Inizialmente, la nostra reazione fu ovviamente di gioia. Un paio di giorni dopo ci caricarono su dei vagoni bestiame cominciando il nostro viaggio, ma ben presto ci accorgemmo che la reale destinazione non era l'Italia ma la Germania! E difatti nonostante la nostra incredulità, una notte alle 4 giungemmo in Germania, aprirono i vagoni e due militari tedeschi ci comandarono di scendere dichiarandoci prigionieri».

Una volta condotti nei campi di lavoro, come trascorrevate la giornata?
«Va detto, che venivamo smistati in vari campi di lavoro in base a quella che era l'occorrenza dei tedeschi. Per quel che riguarda la giornata, la mattina presto venivamo condotti nei campi di lavoro dopo aver trascorso la notte in baracche di legno costruite da noi stessi appena arrivati. La sveglia era all'alba ed il nostro lavoro consisteva nello scavare canali, per installare tubi nei pressi di un aeroporto, era una sorta di lavoro di manutenzione. Nel campo eravamo in compagnia di russi e uomini di altre nazionalità soprattutto dell'est, mentre gli ebrei erano prigionieri in un campo vicino al nostro e talvolta ci raggiungevano tanto che una volta mi ritrovai a dirigere una squadra composta proprio da ebrei ed avevamo il compito di spianare il terreno per l'installazione di alcuni binari. Per il pranzo, se così vogliamo chiamarlo, che consisteva in 1 kg di pane nero (definito "u scagghiuzz") da suddividere in 7 persone e due patate ancora sporche di terra, si era in compagnia dei prigionieri di altre nazionalità. Proprio per quel che riguarda il cibo ho da raccontare qualche aneddoto».

Ci dica signor Donvito, di cosa si tratta?
«Devo dire che i tedeschi ci prendevano in giro dicendoci: "Buoni gli spaghetti eh", era una situazione particolare. Un giorno però un ingegnere tedesco, per migliorare la nostra produttività decise di salvaguardarci dandoci la possibilità e tramite un cuoco milanese che era tra noi, ci permise di utilizzare gli avanzi della mensa delle reclute tedesche e nutrirci maggiormente. In effetti questo ci permise di lavorare meglio. Altro aneddoto riguarda le patate che come vi ho detto inizialmente mangiavamo crude o al massimo riscaldate sulle stufe. Un giorno, un ebreo mi indicò un sistema per cuocerle: prendere una forchetta ed un cucchiaio, bucarli alle estremità far passare tra le due un filo elettrico per poi immergerle in un secchio metallico pieno di acqua, successivamente inserire in una presa il filo elettrico ed ecco che l'acqua bolliva. Un espediente molto intelligente che ci permise di vivere meglio per un periodo e per fortuna non fu mai scoperto dai tedeschi che sicuramente non lo avrebbero tollerato».

Come è arrivato il momento della liberazione?
«Nei giorni prima dell'approdo degli alleati, riuscimmo ad allontanarci dal campo e rifugiammo in alcune gallerie anti bombardamento nei dintorni. Siamo stati lì per due giorni quando ad un certo punto, all'alba del terzo giorno ci rendemmo contro che i soldati tedeschi non erano più lì a presidiare, eravamo liberi. Era l'8 aprile del 1945 ed a liberarci furono i francesi».

E il ritorno in Italia come è avvenuto?
«Per il ritorno, fu fondamentale la figura di un medico italiano che era di stanza in una città vicina al secondo campo dove ho lavorato (i nomi dei campi non sono risultati rintracciabili e la memoria del signor Donvito in questo caso non ci è stata di aiuto ndr), fu lui a darci le indicazioni necessarie. Il nostro viaggio iniziò con dei carretti, facevamo delle tappe intermedie paese per paese con delle soste necessarie a rifornirci e poi ripartivamo. Dopo parecchi giorni di viaggio, arrivammo in un grande campo di smistamento, sempre in Germania, dove stanziammo per due settimane prima di prendere il treno che ci condusse in Italia dopo ben due anni dall'arrivo in Germania. Era l' 11 settembre del 1945 ed il viaggio di ritorno era durato ben 5 mesi. L'accoglienza della mia famiglia fu commovente, all'arrivo del treno la mia famiglia che abitava nei pressi della stazione, in via Milano, si catapultò a prendermi e ritornando a casa manifestò la gioia per tutto il quartiere».




giovedì 26 febbraio 2015

Fanteria - 137° e 138° reggimento, brigata Barletta

Costituita nel marzo 1915 con battaglioni del 14° e 29° Fanteria.
Anno 1915
Destinata alla 31a divisione, la Brigata raggiunge nella prima metà di luglio la zona compresa tra Lonato e Desenzano (nel Bresciano), dove trascorre un periodo di esercitazioni; dunque, nella seconda metà del mese, è inviata sul Carso tra Ruda e Sant'Andrea.
Dopo un iniziale invio del solo 137° reggimento, tutta la “Barletta” è per la fine di agosto tradotta nel settore di Monte Sei Busi, assumendone la difesa.
Ad inizio novembre, dopo un periodo di riposo, i reggimenti sono trasferiti nuovamente a Redipuglia: il 138° è in prima linea verso quota 100, il 137° è invece di riserva presso Turriaco. Sostituiti in linea all'inizio del mese successivo, le truppe sostano tra Ajello e Perteole (nel Friuli) fino al 30 dicembre.
Anno 1916
Sino alla seconda metà del maggio, la Brigata è impegnata nelle consuete posizioni tra Redipuglia e Polazzo. Ritratta quindi dal fronte, gli uomini sono inviati ad Enego (nell'Altipiano dei Sette Comuni): l'8 giugno sono in prima linea nella zona tra il Monte Lisser e la Val Gàdena. A metà mese le truppe passano sotto il comando della 13a divisione, che le invia di riserva tra Monte Brustolae ed il passo della Forcellona: il 17 giugno sono quindi di appoggio agli uomini della “Milano” in un'azione contro il Roccolo Astoni ed il Monte Cimone di Tonezza. Nei tre giorni in cui dura l'azione, le gravi perdite subìte non trovano corrispondenza nei lievi vantaggi territoriali acquisiti: a cadere sono difatti 1920 soldati e 48 ufficiali. Passati alcuni giorni, e dopo aver sostituito le truppe in prima linea con quelle di rincalzo, la Brigata riprende l'azione: il 138° conquista dapprima il Roccolo Astoni, quindi quota 1778 e la selletta compresa tra le quote 1678 e 1664; il 137°, contestualmente, occupa quota 1518 tra il Cimone e il Monte Confinale, procedendo quindi sino a Monte Fiara conquistandone la cresta. Il 26 giugno la Brigata riceve l'ordine di puntare verso il Monte Zebio, riuscendo ad occupare però la sola Val di Nos, in cui fino all'inizio di luglio conduce azioni di pattugliamento.
Tra il luglio ed il settembre i reggimenti sono impegnati in un ciclo di esercitazioni, fino al loro invio – nella prima metà di ottobre – sulle falde di Bosco Cappuccio (fronte isontino): il 15 ottobre, quindi, le truppe sono di nuovo in linea sulla fronte Oppacchiasella-Lokvica.
Dopo un'intensa attività di pattuglia e rettifica del fronte, dal novembre la “Barletta” è protagonista della IX battaglia dell'Isonzo: raggiunte inizialmente le linee «Zero» e «Cava di Pietra Nord», il 2 novembre sono rafforzate le quote 285 e 229, ove sono catturati un numero considerevole di prigionieri, 4 cannoni ed un'ingente quantità di materiale da guerra. Dopo un periodo di riposo presso Sagrado (nel Goriziano), i due reggimenti tornano in linea nello stesso settore, ora però alle dipendenze della 22a divisione: essi alternano riposo e momenti operativi sino alla fine dell'anno, riuscendo anche a far avanzare leggermente la linea del fronte.
Anno 1917
Nella prima metà dell'anno, sino al maggio, la Brigata alterna turni in linea e periodi di riposo: non mancano però colpi di mano, caratteristici dell'attività aggressiva condotta dalla truppa. Impegnata quindi nel settore di Castagnevizza (sl. Kostanjevica), tra il 23 e il 24 maggio il 138° è protagonista di due sortite verso il locale saliente: i risultati sono nulli, ma la condotta tenuta dal reggimento è tale da meritare una citazione sul bollettino del Comando, Supremo nonché una speciale menzione nella motivazione alla medaglia d'argento concessa alla sua Bandiera dopo la fine della guerra.
Ritirata dalla linea, la Brigata è di nuovo operativa all'inizio di giugno, nei pressi di San Polo, alle dipendenze della 16a divisione. Dopo svariati spostamenti, nella prima metà di agosto essa è nuovamente impegnata nel settore di Kostanjevica: come nel maggio, anche in questo frangente l'impegno profuso e le perdite subìte non corrispondono ai nulli risultati conseguiti in combattimento.
Sul finire di ottobre la Brigata è coinvolta nella rotta della II Armata: alle dipendenze della 33a divisione, raggiunge il 31 la zona di Forgaria-Valeriano (nell'Udinese): qui diversi reparti vengono impegnati nella difesa delle teste di ponte di Ragogna e Pinzano. Il 1° novembre la gran parte dei reparti della Brigata assume la difesa della riva destra del Tagliamento, dalla confluenza del torrente Pontaiba fino al parallelo di Spilimbergo, ma già il 3 sono costretti a ripiegare: il 7 novembre sfuggono ad un accerchiamento nemico, mentre il 9 passano il Piave al ponte della Priula. La Brigata è quindi riunita nel suo complesso nei pressi di Ponterotto (nel Padovano), il 13 novembre.
Dopo una serie di ulteriori spostamenti, a metà del mese di dicembre gli uomini vengono dislocati nella zona compresa fra Gaianigo e San Pietro in Gù (sempre nel Padovano).
Anno 1918
Nella prima metà dell'anno, sino al lancio dell'ultima offensiva austriaca, la Brigata è tradotta in diversi settori del fronte: nel gennaio tocca la linea Monte Casonet-Monte Solarolo-Col dell'Orso.
Con l'inizio della Battaglia del Solstizio, la “Barletta” è inviata a Selva di Volpago (nel Trevigiano), da cui prosegue poi per il Montello: qui suoi bersagli sono le linee della «caponiera» e della «corda». Raggiunto il primo obbiettivo, le difficoltà incontrate nella successiva avanzata consigliano agli uomini di ripiegare sulle posizioni già acquisite. Sostituita in linea dalla “Lombardia”, la Brigata è quindi destinata in Albania: l'8 settembre i due reggimenti sbarcano a Valona, dove viene assegnato loro il compito di presidiare la linea di resistenza della Vojussa tra l'Adriatico e la confluenza con lo Shusciza. Dopo diversi trasferimenti, la notizia del cessate il fuoco raggiunge la truppa a Drascioviza.
Andrea Spicciarelli
FONTE: Brigate di fanteria: riassunti storici dei corpi e comandi nella guerra 1915-1918, Vol. V, Roma, Libreria dello Stato 1927, pp. 327-333

Il Generale Gaetano Carli e l’amore per la “sua” Barletta




20141210_185424“Odio la guerra, ma amo chi l’ha fatta”; questa la frase più volte ripetuta dal Generale di Brigata Gaetano Carli nel corso dell’incontro con varie associazioni avvenuto nel pomeriggio di ieri presso la sede dell’A.N.M.I.G. sezione di Barletta.
Il Generale Carli, il cui omonimo nonno era il fratello della più volte celebrata prima medaglia d’oro della Grande Guerra, il barlettano Giuseppe Carli, e proveniente da una famiglia che nel corso degli anni si è distinta per i propri meriti nel campo militare, ha dapprima incontrato, nel corso della mattinata, il sindaco di Barletta, Pasquale Cascella, e il Prefetto della Provincia Barletta-Andria-Trani , Clara Minerva, ed ha poi incontrato, presso la sede locale A.N.M.I.G. in via Capua n.28, i rappresentanti di numerose  associazioni d’arma e culturali.
Un incontro particolarmente informale, in cui il Generale ha ribadito il proprio legame, fortissimo nonostante vi abbia vissuto per pochi anni della sua vita, con la città di Barletta, considerata come la sua vera casa, e in cui ha avuto modo di ripercorrere alcune delle gesta non solo del prozio Giuseppe Carli, ma anche di suo padre e di suo nonno, entrambi distintisi nel corso dei due conflitti mondiali.
Eppure, da queste storie più personali il vero messaggio che il generale ha voluto trasmettere è stato quello di non dimenticare la vera storia della nostra nazione, non quella fatta dai grandi nomi, bensì quella dei tanti piccoli nomi, dei tanti dimenticati provenienti da tutta Italia e che, alla chiamata al dovere, hanno risposto con tutto l’impegno possibile, sacrificando le loro stesse vite per il bene comune , spesso senza nemmeno lasciare resti su cui piangere le loro vite spezzate prematuramente.
È quindi di vitale importanza, ha concluso il generale, ricordare alle giovani generazioni che oltre ai grandi nomi saliti agli onori della storia ci sono le storie di questi piccoli, eppure grandissimi, soldati che hanno nei fatti deciso le sorti dei conflitti e hanno combattuto, indipendentemente dall’etica e dalla morale, per fare ciò che era il bene della loro nazione, proteggendo chi vi viveva.
Si è chiuso così questo breve incontro con il generale Gaetano Carli, che sarà impegnato ancora questa mattina presso Scuola Media Statale “Baldacchini”, dove  prenderà parte ad un incontro, a cui interverranno anche il Presidente A.N.M.I.G. Graziano Ruggiero, il responsabile dell’Archivio della Resistenza Prof. Luigi Dicuonzo e il Presidente della Società di Storia Patria Prof.ssa Antonietta Magliocca, in cui i ragazzi avranno modo di leggere delle lettere spedite dal Fronte di Guerra e dove saranno messi a disposizioni cimeli risalenti al Primo Conflitto Mondiale forniti dall’Associazione A.N.M.I.G.

http://www.barlettanews.it/il-generale-gaetano-carli-e-lamore-per-la-sua-barletta/

Il premio “Amico Forze dell’Ordine” 2014 al barlettano Ruggiero Graziano


«Per l'impegno ad avvicinare i giovani alla cultura della legalità»




 5 Febbraio 2015
La segreteria del sindacato autonomo polizia penitenziaria per l'anno 2014 ha deciso di assegnare il Premio "Amico Forze dell'Ordine" 2014, al Presidente dell'Associazione Nazionale Mutilati e Invalidi di Guerra di Barletta, Ruggiero Graziano, con la seguente motivazione: visto il vostro pregevole lavoro, svolto per sensibilizzare i giovani affinché comprendano che occorre una coscienza civile che onori chi si è sacrificato per la tutela della Patria e dell'Ordine Pubblico, e che avvicina le giovani generazioni alla cultura della legalità.

«Dobbiamo avere una visione strategica del futuro - scriveFilomeno Porcelluzzi, Vicesegretario Provinciale SAPPE Venezia - ma per far ciò ci deve essere il coinvolgimento dei cittadini e di tutte le categorie che li rappresentano. Dobbiamo far ripartire il circolo delle idee, in un paese che ha bisogno di rinascere, di dare un senso alla quotidianità. Il nostro obiettivo è richiamare la società sana, che crede nei valori e vuole proporre un futuro migliore ai propri concittadini e, come fece Papa Wojtyla (Giovanni Paolo II) invitiamo tutti ad alzare la testa e ad avere coraggio.

Queste idee devono venire da tutti, devono coinvolgere tutti, con il contributo di tutti i cittadini è necessario creare un nuovo Rinascimento, che consegnerà al paese, con il contributo delle giovani generazioni, un mondo dove legalità e patria saranno sinonimo di garanzia di un vivere civile».

Francesco Di Cataldo, un barlettano ucciso dalle Brigate Rosse


La sofferenza dei sopravvissuti, fa parte della colpa di chi uccide

Le vittime del terrorismo saranno ricordate il 28 aprile



 28 Aprile 2012
Anche Barletta ha pagato tributo di sangue agli anni di piombo, l'oscuro periodo che insanguinò l'Italia durante tutti gli anni '70-80, in cui, giovani di destra e di sinistra, pretendevano di cambiare l'Italia con le armi. A morire in virtù di una ideologia furono studenti, giudici, appartenenti alle forze dell'ordine, sindacalisti, giornalisti. Tra le 378 vittime del terrorismo, c'è anche un cittadino barlettano, Francesco Di Cataldo, maresciallo maggiore del Corpo degli Agenti di Custodia. Il maresciallo Dicataldo era emigrato a Milano nel 1947 ed era in servizio presso la Casa Circondariale di Milano.

Il 20 aprile 1978, Francesco Di Cataldo, come tanti altri cittadini, uscì dalla propria abitazione per recarsi al lavoro e mentre si dirigeva verso la fermata dell'autobus, venne affrontato da due sconosciuti che gli esplosero sette colpi d'arma da fuoco, uccidendolo all'istante. L'agguato venne subito rivendicato dalle Brigate Rosse, colonna Walter Alasia. Francesco Di Cataldo aveva 52 anni.
Quei sette proiettili esplosi dai terroristi non avevano ucciso solo un vita, ma avevano distrutto anche le vite dei famigliari del maresciallo, che lasciava soli la moglie Maria Violante e i due figli Alberto, 19 anni e Paola, 15 anni. La notizia investì e distrusse anche la vita dei suoi fratelli, rimasti a Barletta.

La sofferenza dei sopravvissuti, fa parte della colpa di chi uccide. Molti di quegli assassini arrestati, oggi scagionati, tentano di "rifarsi una vita", ben mimetizzati nella società civile, nel tentativo di dimenticare quel periodo, in cui giocavano a fare la lotta armata. Molti di questi violenti, in realtà erano giovani provenienti da buone famiglie borghesi, che usavano la violenza in virtù di ideologie politiche, vedendo nelle loro vittime, nient'altro che simboli da abbattere. Ma dietro questi "obiettivi da abbattere", ci sono famiglie che spesso non hanno avuto giustizia, nè conforto morale, nè aiuti dalle istituzioni.

Il 15 giugno 2004, il maresciallo Di Cataldo, è stato riconosciuto "Vittima del Dovere" dal Ministero dell'Interno, che gli ha conferito la Medaglia d'Oro al Merito Civile e alla Memoria. In seguito, è stata intitolata la Sala Convegno Agenti della Casa Circondariale San Vittore di Milano.

Il 28 aprile 2012, le vittime del terrorismo saranno ricordate nel Giorno della Memoria. Durante questa giornata, si terrà una cerimonia religiosa presso la chiesa di San Luca, a Vanezia. Il Comitato "Cerimonia Madonna della Sfida" in collaborazione con l'Associazione Nazionale Polizia Penitenziaria, ricorderanno le vittime del terrorismo, un periodo sanguinoso da ricordare, per i troppi smemorati che lo vorrebbero rimuovere.
Organizzazioni armate di destra in Italia:
Avanguardia Nazionale
Ordine Nuovo
Nuclei Armati Rivoluzionari (NAR)
Ordine Nero
Terza Posizione
Rosa dei Venti
Organizzazioni armate di sinistra in Italia:
Brigate Comuniste
Brigate Rosse
Brigata XXVIII marzo
Comitati Comunisti Rivoluzionari
Formazioni Comuniste Combattenti
Gruppo XXII Ottobre
Nuclei Armati Proletari (NAP)
Prima Linea
Autonomia Operaia
Proletari Armati per il Comunismo
Giustizia Proletaria